Ultima modifica: 29 Maggio 2019

Festival Meetings 2019 “Il volo sostenibile”

martedì 28 maggio alle 18.15 presso l’auditorium PIME

Gli alunni dei corsi ad indirizzo musicale con tutti i loro docenti, sono lieti di invitare i genitori al Concerto che avrà luogo martedì 28 maggio alle ore 18.15 presso l’auditorium PIME in via Mosè Bianchi, in occasione del Festival Meetings 2018: “Il volo sostenibile”

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di seguito la brochure in formato pdf

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Quello che segue è il testo utilizzato per il nostro spettacolo, frutto della collaborazione con la classe 3A che, con la docente di lettere Ernestina Moroni, all’inizio dell’anno scolastico è stata in visita al campo di concentramento di Terezin

Il volo è aspirazione dell’uomo da sempre: tra finito e infinito, levità e gravità, conoscenza, invenzione, teorie e visioni. Il superamento dei limiti, tramite il potere della creatività, ha da sempre portato l’essere umano a compiere ascese folli e visionarie.
La storia che vi racconteremo oggi parla di un volo, proprio quello che può fare la fantasia dei bambini e degli adolescenti che non possono immaginare il proprio futuro.
Terezin, 60 Km da Praga, era una città fortezza dal 1780 che divenne, nel secolo successivo, un carcere di massima sicurezza, tristemente famoso durante la Prima Guerra Mondiale per le pessime condizioni nelle quali versavano i prigionieri.
E’ il 10 giugno 1940 quando la Gestapo prende il controllo della “piccola fortezza” e, dopo averla circondata da un muro, la trasforma in un ghetto. A seguito del “Programma di abbellimento” fu presentato al mondo, dalla propaganda nazista, come “Zona autonoma di insediamento Ebraico” ma in realtà era un campo di concentramento e transito per deportati diretti ad Auschwitz e altri campi. I documenti relativi ai trasporti ferroviari indicano che, tra il 1940 e il 1945, vennero deportati a Terezin 140.000 ebrei dei quali un quarto morì per le pessime condizioni di detenzione: il cibo era scarso, le medicine inesistenti, la situazione abitativa era drammatica mentre dilagavano epidemie di tifo. Più di 88.000 furono i deportati dal campo verso i ghetti orientali e i campi di sterminio. Quando la guerra finì e Terezin fu liberata dalle truppe sovietiche, 17.847 erano i sopravvissuti.

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Adagio dal concerto K488 di Mozart per pianoforte e orchestra

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Gli ebrei rinchiusi nel campo cercarono una parvenza di normalità: non è insolito infatti che il ghetto di Terezin venga denominato come il campo di concentramento degli artisti, per via della forte presenza di pittori, musicisti ed intellettuali che fecero della loro arte, come la
musica o la poesia, un vero e proprio strumento di ribellione. Infatti, era lasciata loro la “libertà” di suonare o addirittura di mettere in scena degli spettacoli solo a scopi propagandistici. Proprio perchè l’arte e la cultura erano viste come unica luce di speranza all’interno del lager, gli adulti, clandestinamente, riuscirono ad organizzare delle ore di insegnamento per i bambini presenti, così da distrarli in qualche modo da ciò che li circondava, dedicando qualche ora al giorno anche alla musica e perfino al teatro ed infine, alcune ore furono dedicate al disegno grazie ad un’insegnante che incoraggiò i bambini ad esprimere le loro emozioni ed i loro desideri attraverso il disegno. Questa insegnante si chiamava Friedl Dicker Brandeis ed è solo grazie a lei se oggi, al Museo Statale di Praga, è possibile ammirare quei disegni.

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Dance Dance-Popolare Kletzmer

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I ragazzi che vivevano nella stanza n.1 del blocco L 417, tutti tra i quattordici ed i quindici anni, incoraggiati dal loro sorvegliante, il professor Walter Eislinger, cominciarono nel 1942 a pubblicare un settimanale intitolato “Vedem!” (Avanziamo!). Quest’attività certo non sarebbe stata approvata dalle SS e per di più i ragazzi non disponevano dei mezzi materiali. Così il giornale, invece di essere pubblicato nel vero senso della parola, veniva scritto in un’unica copia e poi letto ad alta voce ogni venerdì sera. Questo per oltre due anni, fino al 1944.
In ogni numero di Vedem! si potevano trovare racconti della vita a Terezín, poesie, disegni e recensioni di spettacoli, tra cui, naturalmente, anche Brundibár, l’operetta per bambini.
Ogni numero del giornale era realizzato sotto la supervisione di Petr Ginz, che ne era curatore e redattore. Nato nel febbraio 1928, Petr venne deportato a Theresienstadt all’età di 14 anni, in quanto nato da un matrimonio misto. Dopo due anni di prigionia fu costretto a salire su uno degli ultimi trasporti in partenza da Terezín. Fu ucciso in una delle camere a gas di Auschwitz a soli 16 anni. Petr dovette affrontare da solo la prigionia e poi la morte. Eppure lo fece con grande coraggio: dalle pagine di Vedem! e dagli altri suoi scritti emerge l’immagine di un ragazzo sveglio, dalla mente brillante.

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Il passo che sto per leggervi, La Repubblica delle farfalle, romanzo di Matteo Corradini, narra di come un tavolo all’interno di una baracca, diviene una redazione a tutti gli effetti, affollata
di appunti, disegni e poesie. I protagonisti sono alcuni di quei giovani che avevano animato la rivista Vedem.
«Sono arrivate anche alcune poesie. Ce n’è una molto bella che parla di una farfalla» dice Petr.
«O meglio, dice che qui non ci sono farfalle» aggiunge Zappner, che l’ha già letta.
«Ne avete mai viste voi? Io no.» Edison giocherella con la cera della candela. La pioggia rallenta, poi riprende.
«A me una volta è sembrato di vederne volare una dietro i bastioni, ma non sono sicuro. Qui ci sono solo insetti strani, cimici e libellule.»
«Qui le farfalle non vengono a stare.» Embryo guarda Petr………

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Air dalla Water Music di Handel

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…….Dal mucchio esce un disegno grande con una farfalla al centro. I pastelli a cera la rendono quasi viva, densa e ruvida, sicuramente più spessa di una farfalla vera, coloratissima. Resta in mezzo al tavolo e la guardiamo così intensamente che potrebbe prendere il volo, ma non lo fa. La fiammella al centro delle nostre mani gioca a sventolare come una bandierina di fuoco, e anche le ombre delle dita e delle matite e le ombre sotto i nasi della redazione giocano a spostarsi, trasformandoci in giullari e mostri, fantasmi di noi stessi. La farfalla resta lì, appesa ai nostri sguardi: vorremmo trasformarci in lei, diventare farfalle e andarcene dalla finestra, sotto la pioggia, non importa. Ecco, fuggiamo, ci siamo trasformati e siamo già nell’aria a battere le ali…voleremmo così, solo la luna e il sole illuminerebbero i nostri colori….

“Cancion” di Andès per chitarra e lettura della poesia “La farfalla” di Pavel Friedman, nato a Praga nel 1921 e morto ad Auschwitz nel 1944.

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La farfalla
L’ultima, proprio l’ultima,
Così ricca, smagliante, splendidamente gialla.
Se le lacrime del sole potessero cantare contro una pietra bianca…

Quella, quella gialla
E’ portata lievemente in alto.
Se ne è andata, ne sono certo, perché voleva dare un bacio d’addio al mondo.

Per sette settimane ho vissuto qui,
Rinchiuso dentro questo ghetto

Ma qui ho trovato la mia gente.

Mi chiamano le margherite
E le candele che splendono sull’abete bianco nel cortile.

Solo che io non ho visto mai un’altra farfalla.
Quella farfalla era l’ultima.
Le farfalle non vivono qui, nel ghetto.

Poesia ‘Nostalgia di casa’ la chitarra esegue Espanoleta di Sanz

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Nostalgia della casa
E’ più di un anno che vivo al ghetto, nella nera città di Terezin,
e quando penso alla mia casa so bene di che si tratta.
O mia piccola casa, mia casetta, perché m’hanno strappato da te,
perché m’hanno portato nella desolazione, nell’abisso di un nulla senza ritorno?
Oh, come vorrei tornare
a casa mia, fiore di primavera! Quando vivevo tra le sue mura io non sapevo quanto l’amavo! Ora ricordo quei tempi d’oro: presto ritornerò, ecco, già corro.
Per le strade girano i reclusi e in ogni volto che incontri
tu vedi che cos’è questo ghetto, la paura e la miseria.
Squallore e fame, queste è la vita che noi viviamo quaggiù,
ma nessuno si deve avvedere:
la terra gira e i tempi cambieranno.
Che arrivi dunque quel giorno
in cui ci rivedremo, mia piccola casa!
Ma intanto prezioso mi sei
perché posso sognare di te. (1943 Anonimo)
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Goran Bregovich, nato a Sarajevo nel 1950, è l’esempio vivente di come sia possibile far convivere culture, nazionalità e religioni diverse. Una vita costellata di viaggi (e voli metaforici e non) in tutto il mondo gli permette di portare la propria musica, strettamente connessa alla tradizione balcanica, nel teatro e nel cinema conducendolo ad una continua evoluzione di stili e generi. Le musiche del film Underground di Emir Kusturica, Palma d’Oro 1994 al Festival di Cannes, sono firmate da Bregovich.
Abbiamo scelto questo autore perché nella sua opera egli avvia una personale riflessione e un confronto tra la commistione di stili che caratterizza la sua produzione e il mancato dialogo tra religioni e in politica ai nostri giorni, partendo dalla storia della nativa Sarajevo e dalle sue tante credenze e fedi, dalle mille identità e dai suoi complessi paradossi.

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Underground Tango di Goran Bregovich

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proiettiamo l’immagine dei palloncini di Up) L’ultimo brano che ascolteremo è Up tratto dalla colonna sonora composta da Michael Giacchino, dell’omonimo cartone animato della Walt Disney. Il messaggio che ci trasmette la trama del lungometraggio realizzato dalla PIXAR è che non è mai troppo tardi per realizzare i propri desideri. A volte il potere della fantasia è talmente forte da poter sollevare una casa con dei palloncini colorati: il protagonista, ormai anziano sa che la sua casetta dove ha vissuto con l’amata compagna e dove ha i suoi più bei ricordi di tutta una vita si trova ad essere imprigionata in un cantiere edile dove verranno realizzati altissimi palazzi e quindi dovrà essere abbattuta. Ma improvvisamente dal tetto fuoriescono centinaia di palloncini colorati gonfiati con elio che sollevano la casa e la portano via, volando verso le Cascate Paradiso, il luogo dei suoi sogni.

Up

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